Beni confiscati e veleni dell’antimafia. Cosa c’è dietro l’inchiesta di Caltanissetta

Corruzione, induzione alla concussione e abuso d’ufficio. Sono questi i reati sui quali indagano i pm di  Caltanissetta nel fascicolo che riguarda la gestione dei beni confiscati a Palermo, e in parte anche in altre province, tra cui Trapani. Magistrati che indagano su altri magistrati: perché nel mirino della procura nissena c’è  Silvana Saguto,  presidente delle Misure di Prevenzione (e ritenuta una delle persone più a rischio di attentati in Sicilia) insieme al  più noto fra gli amministratori giudiziari,  Gaetano Cappellano Seminara, fino a poco tempo fa “re” incontrastato della gestione dei beni sequestrati alla mafia.

La tesi è questa: Saguto avrebbe assegnato le amministrazioni giudiziarie all’avvocatone, facendogli guadagnare cifre consistenti. In cambio Cappellano avrebbe affidato, secondo la Procura, incarichi di consulenza a Lorenzo Caramma, ingegnere e  marito della Saguto.

Scrive Riccardo Arena sul Giornale di Sicilia:

L’inchiesta della Procura di Caltanissetta e del Nucleo regionale di polizia tributaria della Guardia di Finanza, sui presunti scambi di favori tra il giudice e l’amministratore giudiziario, poggia su tredici incarichi che Caramma ha avuto, tra il 2004 e il 2014, non solo a Palermo, ma anche a Caltanissetta e Trapani, ricevendo una retribuzione complessiva di 750 mila euro lordi: e 306.788 euro gli sarebbero stati «corrisposti direttamente dall’avvocato Cappellano Seminara». Non si trattava di prestazioni professionali ma ci sarebbe stato dietro uno scambio di favori, sostiene l’accusa, perché Silvana Saguto, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, a Cappellano Seminara affidò poi una serie di incarichi.

E mentre la diretta interessata nega ogni addebito e garantisce la correttezza del proprio operato, il presidente del tribunale precisa che “preso atto dei provvedimenti adottati dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta e ritenuto che, nonostante la complessa interlocuzione con il Presidente della Sezione, non sono ancora pervenuti i dati richiesti nella loro completezza, ha emesso, in data odierna, un provvedimento con il quale ha disposto una diretta e definitiva verifica. Tutti i dati emersi fino a questo momento sono stati comunicati al Csm e al Ministero”.

Al di là del fatto in se, l’inchiesta pone ancora una volta il problema di come avviene la gestione dei beni confiscati alla mafia in Italia. Perchè si tratta di una pratica nuova, che tutta Europa ci invidia, un metodo potentissimo per levare potere ai mafiosi (dato che, di fatto, gli si levano soldi, aziende, immobili, in una parola: l’aria), ma nel tempo ciò ha fatto nascere un groviglio di interessi, gruppi di potere, lobby, cresciuto man mano che aumentavano i volumi dei beni confiscati. Stiamo parlando di 10.500 immobili, in tutta Italia, e quasi un migliaio di aziende. Ad esempio, dalle stanze di Saguto, a Palermo, saranno passati provvedimenti di sequestro di beni a mafiosi per decine miliardi di euro. Ogni volta, il collegio, cioè  Saguto e i suoi colleghi, affida il bene ad un amministratore giudiziario nominato in via fiduciaria. E nel tempo Cappellano Seminara è diventato effettivamente il più fidato tra gli amministratori, e il più potente, gestendo i beni di Ciancimino come una serie di alberghi. Telejato, che si occupa molto da vicino della vicenda,  fa un riassunto dei principali incarichi dell’avvocato.

Con abile mossa l’avvocato Cappellano è riuscito a mettere le mani su una parte del settore alberghiero palermitano, quello del Gruppo Ponte, con la scusa della presenza del mafioso Sbeglia, tra i presunti  lavoratori dell’albergo. Adesso la situazione dell’albergo è pietosa, ci sono state denunce di clienti che si sono trovati in stanze con le vasche da bagno sporche e con fuoriuscita di acqua verdastra dai rubinetti, ma il solito Cappellano ha invitato il cliente a soprassedere. La longa manus di Cappellano, sempre con la firma della Saguto, si è estesa a novanta incarichi ad esso assegnati, di cui siamo in grado di fornire l’elenco, e dove si incontrano enormi patrimoni interamente assorbiti dal nulla o rivenduti ad amici o finiti in partite di giro dove ci sono strani passaggi di mezzi, beni, merci e quant’altro da un’azienda a un’altra, il tuttio svenduto per quattro soldi. E’ il caso dell’Aedilia Venustas, per non parlare di quello della Immobiliare Strasburgo del mafioso Piazza, per la cui amministrazione, secondo l’ex prefetto Caruso, Cappellano avrebbe incassato 7 milioni di euro e altri 100 mila euro come compenso del suo ruolo di componente del consiglio di amministrazione. Altra pagina che lascia sgomenti e per la quale Cappellano è indagato è quella della discarica di Glina, che il nostro insaziabile rappresentante dello stato avrebbe cercato di controllare interamente, mandando un lustrascarpe a comprarne una quota per 300 mila euro.  

Nel 2014 il prefetto Giuseppe Caruso, poco prima di lasciare la direzione dell’Agenzia, sollevò un polverone denunciando la “gestione ad uso privato” dei beni da parte di alcuni amministratori giudiziari scelti dai Tribunali. Il coro contro le sue affermazioni fu unanime. Oggi, Caruso, intervistato da Francesco Viviano su La Repubblica, si prende la sua rivincita:

Prefetto, un anno e mezzo fa la sua denuncia pubblica sulle “storture” dell’amministrazione dei beni confiscati ai mafiosi suscitò diverse critiche, anche in Commissione antimafia. L’accusarono di aver delegittimato l’operato dei giudici delle misure di prevenzione…
“Non voglio commentare l’inchiesta in corso alla Procura della Repubblica di Caltanissetta ma credo che chi allora mi accusò per aver denunciato quello che era sotto gli occhi di tutti abbia sbagliato di grosso. Per quarant’anni ho lavorato a fianco della magistratura e ho soltato denunciato, e nelle sedi istituzionali, che certe gestioni di patrimoni confiscate ai mafiosi andavano riviste e che c’erano delle conflittualità e delle incompatibilità che non potevano essere ammesse”.

Lei fece espresso riferimento all’avvocato Cappellano Seminara, il “re” degli amministratori giudiziari che gestisce la fetta più grossa dei beni confiscati in Sicilia e che è stato da poco rinviato a giudizio a Roma per truffa aggravata per la gestione della discarica di Bucarest sequestrata ai Ciancimino.
” Anche qui, ho detto cose che tutti gli addetti ai lavori e non solo sanno benissimo. L’avvocato Cappellano Seminara, in alcuni casi, era contemporaneamente amministratore giudiziario incaricato dai giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo e componente del consiglio di amministrazione di alcuni beni sequestrati a Cosa nostra, controllore e controllato, percependo due compensi. Penso, per esempio, ad alcune società confiscate al costruttore Vincenzo Piazza”

Lo scorso febbraio, tra l’altro, è stata  la commissione regionale antimafia, presieduta da Nello Musumeci, a denunciare presunte anomalie: “In alcuni casi abbiamo ricevuto denunce di incompatibilità, eccessiva concentrazione di incarichi, in altri tentativi di favorire società o studi professionali vicini all’amministratore”.

Rotazione degli incarichi, trasparenza, pubblicità degli atti sono principi che valgono per tutta la Pubblica Amministrazione, ma che nel caso della gestione dei beni confiscati non hanno trovato mai attuazione. Da quanto tempo, ad esempio, si parla di un albo pubblico degli amministratori dei beni? E così è tutto un rincorrersi di voci, tra chi lavora in aziende sequestrate: consulenze pagate a peso d’oro da aziende sotto amministrazione giudiziaria a parenti, amici di investigatori e magistrati, operai che raccontano di forniture improvvise verso alcune ditte, parcelle gravosissime di consulenti. Giovanissimi avvocati trentenni, figli di magistrati di peso,che diventano improvvisamente amministratori di imperi sequestrati ai mafiosi. Aziende che vengono spacchettate, e divise, quasi a fare un favore ai concorrenti, anziché essere risanate e messe sul mercato. Ma è impossibile avere trasparenza, è come un muro di gomma. Anche perché negli anni è successa anche un’altra cosa: la crescita della dittatura ideologica dell’antimafia. E allora, mettersi contro un amministratore giudiziario, o chiedere semplicemente lumi sul suo operato, in molti contesti passa come un voler fiancheggiare la mafia. O buoni o cattivi, non ci sono terze vie. E come al solito, in Italia, quando una terza via non c’è, l’unica che rimane è quella giudiziaria, che non è una risposta ad un problema generale, è l’accertamento di alcuni fatti, con l’eventuale sanzione, ma che non porta alla risoluzione dei problemi. Anzi, solitamente, quando la magistratura interviene, succede che sulle macerie altre lobby si affacciano…

 

Beni confiscati e veleni dell’antimafia. Cosa c’è dietro l’inchiesta di Caltanissetta 2015-09-11T15:09:06+00:00