Il Cretto di Gibellina, labirinto capolavoro che spiega la Sicilia

Oggi sarà inaugurato il Grande Cretto di Gibellina, finalmente completo, trent’anni dopo l’avvio della sua realizzazione. L’opera forse più famosa di Alberto Burri ha trovato il suo completamento: nello scorso maggio si è, infatti, concluso il cantiere che ha portato a compimento il “Grande Cretto”, così come concepito e definito da Burri. Qui un mio reportage pubblicato questa estate da Repubblica (questo il link originale, ci sono anche due piccoli cortometraggi realizzati con Massimo Cappello, e un commento di Tomaso Montanari).

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Su  uno dei blocchi di cemento c’è, poggiato, lo scheletro di una sedia. Lo guardi un po’ circospetto, ci giri intorno, non sai se spostarla o meno, quella sedia – magari è un pezzo d’arte – poi vinci l’imbarazzo e chiedi al tuo accompagnatore: “È un’installazione artistica?”. E lui: “No, no, chissà chi l’ha messa qui”.  È solo una semplice sedia rotta, abbandonata da chissà chi, al centro dell’opera d’arte en plein air più grande e tormentata d’Europa: il Grande Cretto di Alberto Burri, sopra quel che resta di Gibellina, nel cuore della Valle del Belice, in Sicilia, distrutta da un terremoto nella notte tra il 14 e il 16 gennaio del 1968.

Di Alberto Burri (1915 – 1995) ricorre quest’anno il centenario della nascita. Lo sanno bene al Guggenheim di New York,  che dal 9 ottobre al 6 gennaio 2016 gli dedicherà una grande retrospettiva dal titolo “The trauma of painting”. Una sua “Combustione plastica” (1960)  è stata venduta lo scorso febbraio all’asta al Christie’s di Londra al prezzo di 5,6 milioni di euro. La mostra del Guggenheim ha anche un’ambizione: presentare agli americani il Cretto di Gibellina (ci sarà una video installazione), trovando magari i mecenati per restaurarlo.

Già,  perché il Cretto non sta messo bene.  Dicono che il maestro si commosse quando venne qui a Gibellina nel 1985 e l’allora sindaco Ludovico Corrao lo portò a vedere le macerie.  “Faremo un grande cretto – annunciò – un sudario di blocchi di detriti del paese, che ripeta la pianta stradale di Gibellina. Sarà un’opera monumentale, per raccontare il dolore a chi non c’era e non dimenticare”.  L’estensione prevista era di 94.000 metri quadrati. I lavori cominciarono subito nel 1985 e si bloccarono nel 1989: mancavano i soldi.

Oggi nel Cretto ci sono voragini, cespugli che spuntano qua e là, erbacce che si arrampicano sui blocchi. Non ci sono i soldi per la manutenzione, né addetti, però la Regione Sicilia ha trovato i fondi per il completamento – 2 ,4 milioni di euro – dato che l’opera era ferma dalla fine degli anni ’80, a due terzi del lavoro. E come per Gibellina, che adesso è divisa in vecchia e nuova (distanti tra loro 25 chilometri) anche per il Cretto c’è una parte vecchia e una nuova, con un curioso effetto bicolore, che riduce quest’opera  vista dall’alto ad una specie di grande macchia di caffellatte versato sulla Valle del Belice.

La memoria dimenticata del Cretto di Burri a Gibellina

Una mano di bianco per farlo rivivere

“Bisognerebbe coprirlo tutto di bianco, di un bianco accecante, e a farlo dovrebbero essere gli stessi abitanti”. La proposta sul futuro del Grande Cretto di Alberto Burri è di Nicolò Stabile. Stabile è un artista che dopo aver vissuto all’estero è tornato a Gibellina per custodire la memoria di un luogo unico. Insieme ad alcuni suoi concittadini ha lanciato un appello per il restauro del Cretto, firmato da personalità come Camilleri, Piano, Pomodoro e altri intellettuali. Il suo sogno segreto è quello di organizzare una sorta di mobilitazione, chiamare i gibellinesi a raccolta per coprire di bianco il Cretto. “Era una volontà di Burri – spiega – perché con questo gesto pensava che i sopravvissuti al terremoto si sarebbero riconciliati con il loro dolore”. Ha fatto questa proposta alla Soprintendenza: nessuna risposta. “Il Cretto – aggiunge Stabile – è stato letteralmente costruito con i ruderi di Gibellina, è composto da pietre che furono strade, piazze, ma anche stalle, scuole, chiese, il cinema del paese, un vecchio castello. E’ il legame tra i vivi e i morti”.

Ludovico Corrao fu sindaco di Gibellina dal 1970 al 1994. Chiamò a raccolta gli artisti per abbellire la città nuova che era stata costruita a venti chilometri da quella vecchia e per dare un senso ad una ricostruzione che era stata progettata negli studi urbanistici, senza coinvolgere la popolazione, con architetti ad esempio convinti – come scrivono in una relazione – che la mafia si poteva sradicare solo costruendo strade larghe per mettere distanza tra gli abitanti.

Grazie all’impegno di Corrao, Gibellina diventa, dalla fine degli anni ’70, un crocevia di artisti di fama mondale. Il sindaco nell’estate del 1979 riesce a fare venire nel Belice delle baracche e dell’utopia anche Alberto Burri. “Qui non ci faccio niente di sicuro”, dice il maestro dopo aver visitato la città nuova. Poi, però, Corrao lo accompagna a visitare i ruderi. Di fronte a quella devastazione, Burri si commuove e ha un’idea: “Compattiamo le macerie e facciamo un immenso cretto bianco”. Non ci sono fondi, e allora Corrao da un lato chiede l’aiuto dell’esercito, dall’altro lato “obbliga” le imprese che vincono gli appalti a Gibellina Nuova a contribuire alla costruzione del Cretto. Per ricevere fondi dallo Stato camuffa i lavori per il Cretto in  “opere di sistemazione idrogeologica del vecchio sito urbano”. Nel 1985 il Cretto comincia a prendere forma. Due anni dopo Burri vede per la prima e l’ultima vota il suo Cretto. Nell’89 i lavori si fermano, e comincia il lento abbandono. I crolli, le crepe, la vegetazione che cresce dappertutto.

Nel 1997 Burri muore senza aver ammirato la sua creatura ultimata. Anche Ludovico Corrao muore nel 2011 senza vedere il Cretto finito. “Il mio appello per restaurare e conservare il Cretto a futura memoria – racconta Stabile – nasce proprio da uno degli ultimi incontri con Corrao”. Sull’onda dell’emozione per la tragica morte dell’ex sindaco (ucciso dal suo badante), dalla Regione Siciliana arrivano i fondi per il completamento. I lavori sono terminati qualche settimana fa. “Adesso il Cretto ha una parte bianca, quella nuova, e una parte grigia e cadente, quella vecchia. Va uniformato”. Come? “Per Corrao e Burri il Cretto appartiene alla comunità di Gibellina e doveva essere bianco. Secondo loro dovevano essere gli abitanti di Gibellina, custodi della memoria, a compiere questa operazione: Sarebbe questo il vero restauro da fare”.

Gibellina nuova, un museo a cielo aperto abbandonato a se stesso

Il Cretto di Gibellina, labirinto capolavoro che spiega la Sicilia 2015-10-17T05:57:13+00:00