L’antimafia di regime, gli schemi usurati, le pose stereotipate. Qualche indicazione per uscirne

Noi giornalisti di provincia si vive sempre di corsa. Mille appuntamenti, cento cose da seguire, dieci da scrivere, finisci che ne scrivi una, bene, a volte neanche quella, porca la miseria che la giornata se ne è andata così.

Lunedì scorso, per esempio, giornatona. La mattina siamo stati alla manifestazione di apertura di “Trident Juncture”, la più grande esercitazione Nato di tutti i tempi, alla Base militare di Trapani – Birgi. Sono una di quelle cose a cui partecipi perché  ti sembra obbligatorio farlo, perché comunque è un evento mondiale a due passi da casa tua, e poi perché si rimedia sempre qualcosa da mangiare, in queste cose qui. Ma me ne sono pentito appena varcato il cancello: controlli di sicurezza paranoici, i cani per sniffare il mio zainetto, i bus per spostarci di chilometri e chilometri da un punto all’altro, le parate, gli aerei, le esercitazioni. Che schifo, la guerra. Che schifo. Siamo stati ingaggiati per mezza giornata sana, “embedded”, come i giornalisti inviati al fronte. Ipersorvegliati negli spostamenti e nei gesti, secondo un protocollo molto rigido. “Stai attento a quello lì” ha detto una tale ad un collega, indicandomi, dopo una mia domanda che le è sembrata fuori luogo. Tutta questa perdita di tempo a noi non è servita a nulla, perché non abbiamo trovato “notizie” di interesse, se non quelle che sapevamo già prima, sull’esercitazione. Insomma, dalle nove alle quindici, a non fare quasi nulla, perdere tempo, e avere l’ansia per le cose da fare.
Io avevo una gran fretta di tornare a casa, scrivere il mio reportage su tp24.it, e poi alle quattro partire di corsa, e farmi i 36 chilometri per Salemi, dove c’era niente meno che una conferenza dal titolo “Chi protegge Matteo Messina Denaro”, e nella quale interveniva, tra gli altri, Teresa Principato, il magistrato che cura di persona le indagini sul latitante, e che qualche giorno fa, intervistata dal mio amico Enrico Deaglio, aveva fatto il nome del senatore trapanese Antonio D’Alì “tra le protezioni” di Messina Denaro”. Ed era la prima volta che la Principato parlava in pubblico sul boss di Castelvetrano e niente di meno che a Salemi la città dei cugini Salvo e di Pino Giammarinaro.
Nella locandina dell’evento c’è anche il nome di Don Luigi Ciotti, e l’invito ad andare mi era arrivato da Elena Ferraro, gentile e coraggiosa donna. E dunque, vado. Respingo la mia stanchezza, la mia riottosità a partecipare alle intruppate conferenze sulla mafia che si organizzano dalle nostre parti. E vado. Iurnata rutta, rumpila tutta, mi dico. E poi sicuramente qui ci esce la notizia, mica come stamattina.

La sala è stracolma, e ci siamo tutti. E tra l’altro ci conosciamo ormai tutti: amministratori, politici, giornalisti, insegnanti, forze dell’ordine, volontari di Libera (quelli, vabbè, anche se non li conosci hanno la maglietta…), agende rosse, boy scout. Prima nota di tristezza: siamo sempre gli stessi, in cinquanta o in cinquecento come quella sera, siamo sempre gli stessi. Gli addetti ai lavori, quelli che devono farsi vedere per forza, come i politici, e tutti gli altri che fanno parte del giro. Siamo sempre gli stessi. Cambiamo sede, programma, ma siamo sempre gli stessi. L’antimafia ha fallito, penso, anche per questo: non è mai riuscita a coinvolgere altre persone fuori da questa elite che noi rappresentiamo, questo ceto medio impegnato, informato e deambulante, che si sposta, ascolta, applaude, e inorridisce e ride. E si vede e si rivede, registrato, e ripetuto. Poi torna a pensare agli affaracci suoi.
Mi consolerò con i contenuti, penso. E invece no.
Perché poi comincia la parlata, e si rivela il grande inganno. Ma quale Messina Denaro. Questa è la classica conferenza antimafia, dove tutti parlano di tutto, ognuno mette quintali del suo ego a disposizione della folla plaudente, si accelera il pedale sull’emotività, e alla fine ce ne andiamo vuoti di informazioni nuove ma con i lucciconi agli occhi.
Ormai è venuta fuori tutta un’industria delle conferenze antimafia, che prevede lo stesso schema: il referente locale di Libera o dell’associazione antimafia, il giornalista, il giudice, il politico se serve, e Don Luigi Ciotti a mettere il cappello. I titoli delle conferenze non servono a nulla. Potrebbero chiamarsi “Chi copre Messina Denaro?”, come “Insieme per la legalità”, “Lotta alla mafia oggi”, il contenuto è sempre lo stesso.
Nel caso di specie, lunedì il primo a prendere la parola è Salvatore Inguì, il coordinatore provinciale di Libera Trapani. Ci siamo parlati tante volte, io e Salvatore, forse non abbastanza. Io non sopporto di Libera alcune cose, tra queste l’ortodossia militante, il voler imporre cioè tempi, modi e contenuti nel discorso pubblico sull’antimafia. Non è prevista la laicità di pensiero, da quelle parti lì, o la pensi come loro o sei fuori. E così fa Inguì quella sera: se la prende con coloro che attaccano l’antimafia – ovviamente senza fare nomi, la genericità delle accuse è uno dei tratti tipici della retorica antimafia – e poi aggiunge due cose: a Favignana un mese fa hanno fatto addirittura un convegno dal titolo “l’antimafia alla sbarra” , e “la gente ne è uscita inorridita”; e poi: anziché parlare delle manifestazioni in ricordo di Mauro Rostagno o del processo a D’Alì – denuncia Inguì – la stampa locale nei giorni scorsi ha sottolineato che una parente di Rostagno se l’è presa per una targhetta collocata da Libera presso la sua tomba a Valderice. Ecco, cosa intendo per “dettare la linea“: indicare agli altri che convegni fare (io a quello di Favignana ci sono stato, e si è parlato di Helg, di Montante – ne sono uscito annoiato, non inorridito – peccato che non essendoci nessun logo di Libera non c’era nessuno dell’associazione…) , e che tipo di informazione fare, anzi, indicare a noi giornalisti cosa è notizia (il convegno su Rostagno), rispetto a cosa non lo è (la figlia Maddalena che se la prende per la posa di una targa “non autorizzata”). Il ragionamento di Inguì è completato da Rino Giacalone, giornalista e punto di riferimento per tutti noi, che però anche lui spesso cade nella trappola di voler dettare la linea, e in qualche errore. E ci elenca i nostri sbagli: in provincia di Trapani, ci dice, lui, i giornalisti si mettono il bavaglio da soli. I nomi, prego. Perché io sono un giornalista, vivo in provincia di Trapani, e di lavoro faccio solo questo, non ho altri incarichi o doppi lavori che mi parano il culo se cado, non ho magistrati amici che mi passano le carte. E nonostante ciò il bavaglio non me lo metto. Come Francesco Appari, Marco Bova, Egidio Morici, per fermarmi a qualche amico.  I nomi, allora, prego. Così è troppo facile. E sempre Giacalone: nessuno ha pubblicato le motivazioni della sentenza Rostagno. E dagli. Sbagliato: noi l’abbiamo fatto (in questo articolo qui).

Nel mezzo, il magistrato Teresa Principato, che comincia il suo discorso dicendo: “Non parlerò di Messina Denaro”. Peccato, poteva dirlo prima. Non tanto a noi, quanto a quello che ha fatto la locandina. E poi fa tutto un ragionamento su mafie e potere. Interessantissimo e dotto, per carità. Ma è il riassunto dell’insuperato libro del marito Roberto Scarpinato, “Il ritorno del principe”. Per chi è dentro le cose di mafia è tutto risaputo e già sentito. Certo, siccome non legge nessuno (neanche dalle parti dell’antimafia) potrà sembrare una cosa nuovissima ed unica. Fidatevi, è proprio quel libro lì.
Infine, Don Luigi Ciotti, che siccome vola sempre altissimo, fa discorsi belli che piacciono a tutti:siamo cittadini a intermittenza, abbiamo bisogno di emozioni per impegnarci. Per quelli di Libera e affini è la parte finale di un rito che compie il miracolo dell’antimafia, l’impegno che si fa carne nel corpo di Don Luigi, e verbo nelle sue parole e amen. Per noi profani, e laici, invece, resta la sensazione e la speranza che Don Ciotti – soprattutto quando attacca il “sapere superficiale” – parli innanzitutto a quelli che “fanno” l’antimafia, a quelli vicini a lui, insomma, ma loro forse non se ne accorgono.

Se questo lo scrivo è per una necessità. Sarebbe l’ora di finirla. Bisogna cambiare l’antimafia, cambiarne i riti, i contenuti, i linguaggi. Lo so che è difficile, anzi impossibile. L’ambiente è ostile all’ascolto, chiuso, rissoso e – l’ho provato sulla mia pelle – vendicativo. Non ho grandi simpatie, nell’antimafia intruppata, lo so da tempo, mi guardano con gli stessi occhi dei militari della Nato, anche loro si dicono indicandomi: “Stai attento a quello lì”. Ma ciò non toglie che il mio appello vada fatto: riusciamo a fare un’antimafia più di contenuti e meno di emozioni, più di notizie e meno di retorica, che non spari nel mucchio ma che indichi in maniera circostanziata problemi e possibili soluzioni? Riusciamo a fare un’antimafia che sia meno autoreferenziale e più autenticamente popolare, che esca dalle fortezze dei convegni e vada incontro davvero alle persone? Riusciamo a fare un’antimafia che sappia mettersi in discussione, che sia laica, di critica al presente e non messianica, manichea, quasi apostolica? Perché quando incontro quelli di Libera, o di altre associazioni e comitati, mi rimane addosso la sensazione di avere a che fare con una specie di setta? Perché in tanti pensano queste cose che ho appena detto ma non parlano per timore di chissà quali castighi?
In questo periodo terribile per il movimento antimafia tutto, con icone che cadono e altarini che si scoprono in continuazione, bisogna prendere atto che proprio la parola “antimafia”, per come oggi la conosciamo, magari è finita, bisognerebbe azzerare tutto, ricostruire. La reazione che noto invece è quella del fortino: noi siamo puri – ci dicono – e allora ci costruiamo mura più alte per difenderci ancora meglio. Ed è così che l’antimafia è oggi un recinto. Le mafie cambiano, noi siamo sempre intrappolati nei nostri giri, nei nostri convegni. Da vent’anni usiamo sempre lo stesso vocabolario, gli stessi temi. Il convegno di lunedì scorso, per l’80% dei contenuti, ha detto cose che ho sentito cinque o dieci anni fa. “Ma era la prima volta che si parlava di mafia a Salemi” mi si potrebbe dire. Se è davvero così (ma ne conosco a Salemi di silenziosi militanti autentici del’antimafia, memoria storica di mafia e affari, che erano scandalizzati da certe presenze a quel convegno…) è stata un’occasione persa. Io cosa avrei fatto? Avrei preso le carte dell’inchiesta “Ermes” della scorsa estate, che ha portato anche ad alcuni arresti a Salemi, avrei letto i nomi dei salemitani arrestati, ne avrei ricostruito storia, trame, relazioni, per scoprire come molti di loro abbiano affari con la politica e con l’economia, gestiscano centri per immigrati, vincano appalti.

In questi giorni abbiamo festeggiato i 95 anni di Gianni Rodari. Ecco, quello che manca all’antimafia è forse una grammatica della fantasia. Un linguaggio nuovo. E’, quella che chiamiamo antimafia, qui in provincia di Trapani come nel resto del Paese, vittima della maledizione del “sempre uguale”, omologata. Come in quel film dove il protagonista si sveglia ogni giorno sotto una specie di maledizione, costretto a rivivere semrpe la stessa giornata. Avrebbe bisogno invece di creatività, di cambiare completamente schema, uscire dalla logica militare che ci fa vivere tutti in una sorta di esercitazione permanente, e cominciare a interrogarsi sulle cose – ne succedono tante – anche se sono antipatiche, non danno visibilità, non ci accreditano presso i salotti della bella borghesia impegnata della nostra terra.  Lo scrivo con la speranza di non attirarmi sentenze o attacchi personali, ma di suscitare qualche riflessione. Sono scettico, ci ho già provato in passato, ed è servito solo ad aumentare un certo isolamento con il quale ormai convivo. Ma sono anche autolesionista, e dunque insisto: cambiamo l’antimafia, cambiamola subito. Dateci questa speranza. Se no, è tempo perso.

Articolo apparso con altro titolo su www.tp24.it

L’antimafia di regime, gli schemi usurati, le pose stereotipate. Qualche indicazione per uscirne 2015-10-26T17:42:57+00:00