Caccia a Messina Denaro, qualcosa sta cambiando. Rete di protezione sempre più debole

Qualcosa sta cambiando nella caccia a Matteo Messina Denaro, il latitante numero uno di Cosa nostra, e la rete di protezione del boss è sempre più debole, come racconta l’operazione investigativa di ieri. “Ogni figateddo di musca fa sostanza“. Questo devono avere pensato i mafiosi coinvolti nella rapina al deposito Tnt di Campobello di Mazara. Le famiglie stanno messe un po’ male: i sequestri dei beni sottraggono risorse importanti, gli avvocati costano, le famiglie dei carcerati da mantenere pure, e poi c’è lui, “iddo”, Matteo Messina Denaro, da foraggiare affinché continui la sua latitanza facendo la spola tra il Nord Africa, il Belice e il Nord Europa. Ecco che nasce l’idea di una rapina un po’ balorda, che coinvolge otto persone e frutta un bottino abbastanza misero, fatto di merce da rivendere. Ma è il segno che alcune famiglie mafiose sono alla canna del gas, e, soprattutto, l’assalto al deposito della Tnt ricostruito dai Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Trapani, smentisce uno dei luoghi comuni su Cosa nostra: la mafia non vuole reati nel suo territorio, perché ha bisogno della quiete più assoluta. Balle. La mafia, adesso più che mai, ha bisogno di compiere reati predatori, di fare rapine, cioè, perché non ha come sostenersi. Tant’è che molte famiglie sono tornate ad interessarsi del traffico di droga anche più spicciolo, prima snobbato, e che le richieste di pizzo si fanno più fameliche e più voraci.

Questo è il primo dato importante dell’operazione antimafia che abbiamo raccontato ieri (clicca qui per leggere tutti i particolari su Tp24.it). L’abbiamo ribattezzata “Operazione Eden 2 e rotti”, perché fa seguito all’operazione Eden 2 di un anno fa, quella che aveva portato in carcere Luca Bellomo, il nipote acquisito di Matteo Messina Denaro, considerato portavoce dello zio latitante. In quell’operazione era emerso l’episodio della rapina, ma alcuni contorni erano rimasti un po’ sfocati. Adesso sono emersi in tutta la loro pienezza. E si scopre che Bellomo  – l’uomo che dall’altro lato sta inguaiando il costruttore trapanese Bulgarella, coinvolto in un’inchiesta della Dia di Firenze – ha addirittura partecipato alla rapina. Ma il dato importante, dicevamo, è che la rapina è frutto di un patto tra le famiglie mafiose di Bagheria, Corso dei Mille (Palermo) e Castelvetrano. Bagheria ha l’idea, Corso dei Mille ci mette la manovalanza, Castelvetrano dà l’ok – siamo nel territorio di Messina Denaro – e Bellomo in persona si spende per partecipare all’operazione.

Altro particolare da notare, l’azienda rapinata è l’A.G. Trasporti di Cesare Lupo, imprenditore prestanome dei Graviano. L’azienda è attualmente sottoposta a sequestro. Mai i mafiosi si sarebbero sognati di fare una rapina in un’azienda che appartiene alla galassia dei Graviano (il cui rapporto con Messina Denaro, negli anni, è stato molto solido, e lo stesso Messina Denaro è stato ospitato durante la sua latitanza a Palermo in un appartamento dei Graviano). Discorso diverso invece per l’azienda sottoposta a sequestro.

Ideatore della rapina è stato Ruggero Battaglia, da Palermo, che conosceva l’azienda e sapeva il valore della merce movimentata ai tempi in cui era ancora nelle mani del prestanome dei Graviano. Gira la sua richiesta a Giorgio Provenzano, mafioso di spicco di Bagheria, che con pochi euro recupera un po’ di pettorine e da una litografia di fiducia fa stampare la scritta POLIZIA. Tramite Francesco Guattadauro, viene coinvolta la famiglia mafiosa di Castelvetrano.

Ma perchè la ricostruzione investigativa di questa rapina è così importante ai fini delle indagini su Messina Denaro? Per tre motivi. Due li abbiamo detti: il fatto che la mafia faccia rapine per finanziarsi e l’unione di mandamenti diversi. Il terzo motivo è che c’è la sensazione che, anche con l’arrivo a Trapani del nuovo comandante provincia dei Carabinieri Stefano Fernando Russo,collaboratore strettissimo di Pignatone per le indagini su Mafia Capitale, si voglia davvero cominciare a fare sul serio. E non è un caso che alla conferenza stampa ieri era presente anche il Capo della Mobile di Trapani, il vice questore Giovanni Leuci, che ha sottolineato una nuova intesa tra i due corpi investigativi dei carabinieri e della polizia, solitamente divisi da invidie e gelosie, e che fino a poco tempo fa non si passavano le informazioni. E ancora, per ben due volte Russo ha accennato a delle investigazioni sul “capitale istituzionale” di Cosa nostra, cioè di tutte le coperture di alto livello – non certo i quattro pecorai che vengono periodicamente arrestati – di cui gode Messina Denaro. Su questo livello non si è mai fatto luce. Forse è l’ora.

Caccia a Messina Denaro, qualcosa sta cambiando. Rete di protezione sempre più debole 2015-11-18T07:00:40+00:00