Mafia e stragi del ’92. Il ruolo di Matteo Messina Denaro

 Contro Matteo Messina Denaro, il boss capo di Cosa nostra in Sicilia occidentale, latitante dal 1993, c’è un nuovo mandato di cattura. E’ stato emesso dalla Procura di Caltanissetta, che indaga sulle stragi del 1992 di Capaci e Via D’Amelio. Da un lato la partecipazione di Messina Denaro a queste stragi non è una novità, come a quelle del 1993. Messina Denaro era il pupillo di Totò Riina, la sua caratura criminale, nei primi anni ’90, era tale che lo stesso Riina gli ha affidato il compito di uccidere il giudice Giovanni Falcone a Roma, dove lavorava. Messina Denaro, insieme ad alcuni uomini fidati, rimase a Roma per settimane, pedinando il giudice e seguendo i suoi spostamenti. Poi, al momento di uccidere il giudice con quella che doveva essere un’esecuzione pubblica nella veranda all’aperto di un noto ristorante dove Falcone era solito cenare, da Palermo arrivò il contrordine: Falcone doveva morire – aveva stabilito Riina – ma con un attentato particolare, clamoroso, l'”attentatuni”, come fu ribattezzato, che doveva mostrare allo Stato italiano e al mondo intero la potenza di fuoco di Cosa nostra. Quando nacque l’idea dell’attentato che poi ebbe luogo il 23 Maggio 1992 a Capaci, Matteo Messina Denaro non solo fu reso partecipe da Riina sull’organizzazione, ma partecipò ad alcune riunioni, soprattutto nell’ambito di quella che possiamo definire una “Super cosa”, cioè un’elite di Cosa nostra che Riina consultava per le vicende più delicate, come quelle relative alle stragi da organizzare.

Quindi il ruolo di Messina Denaro è acclarato, e allora perchè questa ordinanza di arresto così tardiva? Il fatto è che a Caltanissetta si sta cercando di fare un lavoro che ha poco di giudiziario in senso stretto e molto di storico. Si sta cercando cioè di mettere in ordine in un puzzle complesso, con molti coni d’ombra, ruoli ancora non chiari. E quindi l’ordinanza contro Matteo Messina Denaro sembra uno dei tasselli per mettere a posto il quadro e ribadire alcune circostanze.

Secondo gli inquirenti, Matteo Messina Denaro subiva il fascino criminale di Riina – che, ricordiamo, ha trascorso gran parte della sua latitanza tra Castelvetrano e Mazara del Vallo – tanto da essere “prono” ai suoi desideri. Anzi, proprio il padrino corleonese, durante i colloqui in carcere con il boss della Sacra corona unita Alberto Lorusso, spiegava di essersi occupato della “formazione criminale” del giovane Matteo. Ad affidargli il figlio, ancora giovane, fu il padre dello stesso Messina Denaro, Don Ciccio, storico alleato dei Corleonesi.

Secondo gli investigatori della Dda di Caltanissetta al summit, nell’ottobre del 1991, in cui fu deciso il piano di morte che aveva come obiettivi Falcone e Borsellino partecipò anche il super latitante di Castelvetrano. Tra i nemici di Cosa nostra da eliminare, però, non c’erano solo i due giudici antimafia, ma anche, tra gli altri, l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli e giornalisti come Michele Santoro, Enzo Biagi e Maurizio Costanzo. Il collaboratore di giustizia Francesco Geraci ha rivelato che “dopo Falcone, Borsellino e Martelli, si parlò anche dei giornalisti Santoro, Biagi e di Pippo Baudo per le cose che dicevano in tv”. Geraci attribuisce queste intenzioni alla primula Messina Denaro, cioè all’uomo che mediterebbe da tempo, di “eliminare” il pm più “esposto” nel processo sulla trattativa Stato mafia, Nino Di Matteo.

Tale Palmeri, collaboratore di giustizia del quale si sono perse le tracce, ricorda in una vecchia deposizione che “gli proponevano di adoperarsi per la destabilizzazione dello Stato con atti terroristici da compiere anche fuori dalla Sicilia”.

Alla base del provvedimento, affidato per l’esecuzione alla Dia, ci sono anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, secondo i quali Messina Denaro fece parte del commando che a Roma avrebbe dovuto uccidere Falcone nel febbraio del 1992. Il piano fallì e il gruppo di fedelissimi di Riina inviato nella capitale tornò in Sicilia per mettere a punto l’attentato, che sarebbe dovuto avvenire o in via Notarbartolo o lungo l’autostrada che collega Palermo all’aeroporto. Per gli investigatori nisseni Matteo Messina Denaro avrebbe raccolto l’eredità dei corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano dopo la loro cattura. Attorno al boss trapanese, però, da anni si sta facendo terra bruciata con l’arresto dei suoi familiari e il sequestro di beni a lui riconducibili. “La sua latitanza è destinata a finire” ha detto Maurizio De Lucia della Direzione nazionale antimafia.

FOTO. A proposito, Messina Denaro, nonostante abbia messo nei guai tutta la sua famiglia, continua ad essere molto adorato. Ne è dimostrazione il fatto che in ogni stanza della casa di famiglia c’è una sua foto – ovviamente risalente al massimo ai primissimi anni ’90. E’ quanto si sono trovati davanti gli uomini della Dia di Caltanissetta arrivando nella casa di una delle sorelle della “primula rossa” di Cosa nostra per notificare la  nuova ordinanza di custodia cautelare in quanto ritenuto uno dei mandanti delle stragi Falcone e Borsellino. Il particolare è trapelato a margine della conferenza stampa  al Tribunale di Caltanissetta con i vertici della distrettuale Antimafia, della Dna e della Dia. Un altro particolare inedito il risentimento dei familiari alla battuta di un investigatore: “Sappiamo di non trovarlo qua ma se ci dite dov’è…”. Un ‘culto’ del latitante Matteo Messina Denaro che va oltre gli spazi ed il tempo della sua latitanza dorata. Le foto e un poster ritraevano immagini di Matteo Messina Denaro di qualche anno fa, datate ma finora mai viste fuori dal suo entourage.

Mafia e stragi del ’92. Il ruolo di Matteo Messina Denaro 2016-01-25T07:08:02+00:00