Tutto già visto: il vecchio mafioso che torna in campo, l’antimafioso che ci guadagna….

Nulla è più inedito dell’edito, dice una delle regole non scritte più in voga nel giornalismo. Ovvero: una storia buona a volte non è che una storia vecchia, ma raccontata in modo diverso. Così vale per la mafia. Cercate il “nuovo” boss? Lo trovate tra i vecchi, quelli con gli anni di galera sulle spalle e l’esperienza di chi negli anni ha visto un po’ di tutto, dagli anni del traffico di droga, degli omicidi eccellenti e degli affari d’oro, a questi anni un po’ dismessi per Cosa nostra, ormai ridotta a piccola mafia di provincia. Ieri a Castellammare del Golfo è stato arrestato l’ennesimo nuovo vecchio boss. Si tratta di Mariano Saracino, nome noto, tanto per cambiare, sia alle cronache giudiziarie che ai giornalisti che seguono le cose di mafia in provincia di Trapani. Saracino diventa famoso quando è chiamato a testimoniare nel processo per la strage di Pizzolungo del 2 Aprile 1985, quella in cui doveva morire il giudice Carlo Palermo e che invece costerà la vita alla signora Barbara Rizzo e ai suoi due figli gemelli: Giuseppe e Salvatore Asta. Insomma, Saracino doveva fornire un alibi per salvare i capimafia imputati per la strage, solo che la sua testimonianza in tribunale fu talmente confusa da inguaiarli, anziché aiutarli. Finì con una condanna a morte di Cosa Nostra alcamese che Saracino potè evitare solo grazie all’intercessione di un potentissimo padrino allora in forte ascesa (eravamo nella seconda metà degli anni ’80): Giovanni Brusca. Con il pagamento di una “penale” di 350 milioni delle vecchie lire, Saracino uscì fuori dall’imbarazzante vicenda. Poi ci fu la svolta stragista di Cosa nostra e molti dei protagonisti criminali di quegli anni o sono morti o sono pentiti o sono a marcire nelle patrie galere. Mariano Saracino, invece, aveva ripreso a fare affari, occupandosi con le sue imprese dei soliti giri cari a Cosa nostra: movimento terra, edilizia, forniture di materiali ferrosi. Tanto da ricevere un sequestro e poi una confisca per ben 45 milioni di euro. Ma nemmeno quest’ultimo provvedimento lo aveva fiaccato, e quindi era di nuovo in campo, a imporre forniture agli imprenditori, a pretendere la “messa a posto”, cioè il pizzo per gli appalti vinti sul territorio, ad entrare e uscire con disinvoltura dalle stanze del piccolo comune di Castellammare del Golfo, città d’origine della famiglia del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Nulla è più inedito dell’edito, e ciò vale anche per la mafia, come per l’antimafia. Cercate i nuovi boss tra i vecchi. E cercate i loro migliori alleati sul fronte antimafia. Il secondo personaggio di questa vicenda è infatti Vincenzo Artale, piccolo imprenditore del calcestruzzo, che godeva dell’appoggio di Cosa nostra per lavorare a condizioni di favore e battere la concorrenza. Artale nel 2009 aveva denunciato delle estorsioni che aveva subito, e da allora era diventato uno dei tanti personaggi che animano il sempre effervescente mondo dell’antimafia trapanese. In particolare Artale era stato da poco nominato nel collegio probiviri dell’associazione antiracket di Alcamo. Che non è nuova a fare scivoloni di questo genere. Tra i suoi fondatori, infatti, c’è quell’allora deputato regionale, Norino Fratello, che verrà condannato proprio per concorso esterno in associazione mafiosa (pena patteggiata e riabilitazione a tempo record).  L’imprenditore vicino al mafioso che fa parte dell’associazione antiracket. Una volta avrebbe suscitato clamore, ormai purtroppo ci siamo abituati. “In questi anni abbiamo assistito a situazioni sorprendenti, come il fatto da parte di alcuni di apparire come intoccabili, benefattori della societa’ civile, e poi invece comportarsi esattamente come i mafiosi. E’ un sistema che ormai viene adottato da parecchi, l’antimafia di facciata dietro la quale si nascondono reati anche di notevole entità'”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Palermo, Maria Teresa Principato, in merito all’operazione antimafia dei carabinieri di ieri e all’arresto Vincenzo Artale.

“Occorre una grande professionalita’ – ha aggiunto il magistrato – per capire che sono solo aspetti esteriori, anche perché’ Artale aveva subito dei danneggiamenti ai cantieri e li aveva denunciati. Era vittima della mafia, ma al contempo colluso e si giovava delle intimidazioni di Cosa nostra per ottenere delle commesse”.

 

Tutto già visto: il vecchio mafioso che torna in campo, l’antimafioso che ci guadagna…. 2016-03-31T10:43:05+00:00