“Qui si fa come dico io”. Così parlava Pino Maniaci, giornalista “antimafia”

Pino Maniaci, il giornalista “antimafia”, direttore di Telejato è indagato per estorsione. E’  stato raggiunto da una misura cautelare. Deve allontanarsi da Partinico, dove ha sede la piccola televisione privata. I carabinieri gli hanno notificato un divieto di dimora nelle province di Palermo e Trapani. È accusato di estorsione “per aver ricevuto somme di denaro e agevolazioni dai sindaci di Partinico e Borgetto onde evitare commenti critici sull’operato delle amministrazioni”. Poche centinaia di euro – 100, 150 – “strappati”, così sostiene l’accusa, con la minaccia. Ma anche un contratto di solidarietà al Comune per la donna. Il sindaco di Partinico, Salvatore Lo Biundo, ha ammesso che alla scadenza di tre mesi il contratto non poteva essere rinnovato e addirittura lui e i suoi assessori si tassarono. Perché? Perché temevano gli attacchi di Maniaci. Al telefono il direttore di Telejato diceva “qui si fa come dico io… se no se ne vanno a casa”. Era pronto a “sputtanare” tutti in televisione. E “tutti e dico tutti si cacano”. Erano soprattutto i primi cittadini a temerlo. E Maniaci ne era consapevole: “… il sindaco mi vuole parlare… se non si mette le corna a posto lo mando a casa… a Natale non ti ci faccio arrivare”.

Maniaci all’amante diceva di volerle fare vincere un concorso all’azienda sanitaria locale di Palermo. Grazie alle sue solite buone amicizie. “Quello che non hai capito tu è la potenza… tu non hai capito la potenza di Pino Maniaci. Stai tranquilla che il concorso te lo faccio vincere”. E spiegava di essere in partenza per ritirare un premio antimafia: “A me mi hanno invitato dall’altra parte del mondo per andare a prendere il premio internazionale del cazzo di eroe dei nostri tempi, appena intitolato l’oscar di eroe dei nostri temi”. Era il novembre 2014. In un’altra occasione: “Ormai tutti e dico tutti si cacano se li sputtano in televisione”.

“C’è il sindaco che mi vuole parlare – diceva ancora all’amante – per ora lo attacco perché gli ho detto che se non si mette le corna a posto lo mando a casa, hai capito? A natale non ti ci faccio arrivare, che te ne vai a casa e non ci scassi più a minchia”. Poi aggiungeva: “Mi voglio fare dare 100 euro così domani te ne vai a Palermo tranquilla”. Intercettazioni che per la procura diretta da Francesco Lo Voi non lasciano spazio a interpretazioni. Il direttore di Telejato sussurrava ancora, a proposito del sindaco: “Dice che in tasca non ne aveva e che stava andando a cercare i soldi… i piccioli li deve andare a cercare a prescindere… così ne avanzo 150 di iddu”.

L’ATTENTATO. Quando nel dicembre di due anni fa ammazzarono i suoi cani Pino Maniaci avrebbe “sfruttato” il macabro episodio bollandolo come un’intimidazione mafiosa. “La scorta mi devono dare”, diceva convinto. Ed invece sapeva che la mafia non c’entrava. Era una faccenda personale, legata a storie sentimentali, c’era di mezzo una donna. O meglio, la reazione furente del marito. Il giornalista di Telejato avrebbe colto la palla al balzo, così dicono gli inquirenti, per puntellare la sua immagine  Tra i primi a chiamarlo, quel giorno di dicembre, per esprimergli solidarietà fu il presidente del Consiglio. “Sono tutti in fibrillazione … – diceva Maniaci – mi ha chiamato quello stronzo di Renzi”.

Mentre indagavano suoi presunti boss della cosca di Borgetto, nel Palermitano, i carabinieri del Comando provinciale e del Gruppo di Monreale si sono imbattuti nel direttore dell’emittente televisiva che oggi viene raggiunto da una misura cautelare.

Maniaci, quando nei giorni scorsi trapelò la notizia che era finito sotto inchiesta, replicò a muso duro, parando di “vendetta, un agguato per il lavoro che abbiamo fatto e che facciamo ancora oggi contro il malaffare e l’illegalità anche all’interno della magistratura come nel caso dell’inchiesta sulla gestione dei beni confiscati alla mafia dove a capo di tutto c’era l’ex presidente della sezione misure di prevenzione Silvana Saguto”. Ora si scopre che l’indagine principale è iniziata nel 2012 e Maniaci c’è finito dentro nel 2014. Dunque prima che esplodesse lo scandalo sulla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. All’inchiesta hanno lavorato i carabinieri e cinque magistrati: il procuratore Francesco Lo Voi, l’aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Francesco Del Bene, Amelia Luise, Annamaria Picozzi e Roberto Tartaglia.

LE INDAGINI. I militari, oggi hanno eseguito 10 misure cautelari, emesse dal GIP del Tribunale di Palermo, su richiesta della Procura distrettuale, nei confronti degli esponenti della famiglia mafiosa di Borgetto, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni. Vengono fotografati i nuovi assetti della mafia di Borgetto. L’11 febbraio del 2013 era stato scarcerato per fine pena Nicolò Salto, storico esponente del clan che si contrapponeva ai Nania-Giambrone. Una contrapposizione che aveva già condotto all’omicidio di Antonino cl. 71. Nell’aprile del 2013 un altro Antonino Giambrone finì in cella nell’operazione “Nuovo Mandamento”. Poco dopo, in un incontro nel corso principale del paese le telecamere riprendono un incontro fra Salvo e il padre di Giambrone: suo figlio non sarebbe stato abbandonato. Basta guerra e piombo, anche Salto era sopravvissuto a un agguato, viene siglata una pax mafiosa. Si riparte con il pizzo e il controllo dei lavori pubblici.

Ecco il comunicato dei Carabinieri:

La Compagnia Carabinieri di Partinico sta dando esecuzione a 10 misure cautelari, emesse dal GIP del Tribunale di Palermo, su richiesta della Procura distrettuale, nei confronti degli esponenti della famiglia mafiosa di Borgetto, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione e intestazione fittizia di beni.

A partire dal 2012, i Carabinieri di Partinico, coordinati dalla Procura distrettuale di Palermo, hanno avviato un approfondito monitoraggio sulla famiglia mafiosa di Borgetto, con particolare riguardo alle figure di GIAMBRONE Antonino e dei fratelli Tommaso e Francesco.

Gli elementi acquisiti hanno evidenziato da subito il ruolo di comando assunto da GIAMBRONE Antonino, rivelando le dinamiche associative dell’organizzazione criminale.

L’11 febbraio del 2013 viene scarcerato SALTO Nicolò, storico esponente mafioso in opposizione allo schieramento della famiglia GIAMBRONE:  una contrapposizione che aveva già condotto all’omicidio di GIAMBRONE Antonino cl. 71.

SALTO Nicolò, tornato in libertà,  cerca immediatamente di imporre la sua presenza sul territorio, talché i Carabinieri registrano i primi segnali di affermazione in alcuni danneggiamenti a imprenditori locali.

Nell’aprile del 2013, GIAMBRONE Antonino viene arrestato nell’operazione “Nuovo Mandamento”. Poco dopo, in un incontro su Corso Roma di Borgetto, SALTO Nicolò rassicura il padre di GIAMBRONE Antonino che il figlio non sarebbe stato abbandonato. L’incontro segna una pax mafiosa tra clan rivali e l’affermazione di SALTO Nicolò. Seguono fitti incontri tra i GIAMBRONE e SALTO Nicolò che delineano il programma criminale sul territorio.

Il gruppo criminale, a questo punto diretto da SALTO, si avvale dei GIAMBRONE per la raccolta dei proventi estorsivi. Il sostegno logistico è fornito invece da FRISINA Antonino, autista del boss SALTO Nicolò.

Le attività tecniche hanno altresì consentito di documentare l’interesse  della compagine mafiosa a condizionare le scelte amministrative del comune di Borgetto, con particolare riguardo all’esecuzione di alcuni lavori pubblici.

In tale contesto, è stata altresì documentata la condotta di MANIACI Giuseppe, direttore dell’emittente televisiva “Telejato”, indagato per estorsione per aver ricevuto somme di denaro e agevolazioni dai Sindaci di Partinico e Borgetto onde evitare commenti critici sull’operato delle Amministrazioni.

“Qui si fa come dico io”. Così parlava Pino Maniaci, giornalista “antimafia” 2016-05-04T07:27:04+00:00