Beni confiscati, ecco quello che non va

Sono 524 le realtà di volontariato, associazionismo, mondo religioso, associazioni e cooperative sociali che riutilizzano beni immobili, appartamenti, ville, capannoni e terreni confiscati alla mafia. Queste sono perlopiù concentrate in Lombardia, Sicilia, Campania e Calabria e svolgono attività di sostegno alle persone in disagio sociale che promuovono azioni culturali e sportive. Nel 69% dei casi il bene arriva alla fase di riutilizzo in cattivo stato a causa della lunghezza dell’iter tra il sequestro e l’effettivo riutilizzo, per il quale passano circa 10 anni. I dati sono stati mostrati dal dossier ‘BeneItalia. Economia, welfare, cultura, etica: la generazione di valori nell’uso sociale dei beni confiscati alle mafie‘ elaborato da Libera e dalla Fondazione Charlemagne Italia, presentato oggi a Roma, alla Casa del Jazz.

Libera sottolinea che un banca dati dei soggetti gestori ancora non esiste. Sono, inoltre, passati 20 anni dalla elaborazione della legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie grazie alla raccolta firme promossa da Libera. Da allora i beni si sono trasformati in ricchezza per i territori grazie ad un sistema di welfare volontario e pulito, che significa lavoro, accoglienza per le persone fragili, formazione ed impegno per i giovani. Gli immobili diventano così delle sedi operative, abitazioni a disposizione di persone in situazioni di disagio o magazzini.  Secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati aggiornati a febbraio di quest’anno, citati in ‘Beneitalia’, sono 19.157 i beni immobili confiscati, in piu’ ci sono 2.876 aziende, di cui 4 all’estero. Di queste aziende, 830 sono gia’ state destinate

Beni confiscati, ecco quello che non va 2016-06-23T19:22:21+00:00