Mafia e affari: Scimonelli voleva riprendersi i supermercati confiscati al socio di Messina Denaro?

 La Procura di Palermo sta preparando le sue carte per l’appello contro l’assoluzione di Lillo Giambalvo, l’ex consigliere comunale di Castelvetrano accusato di essere al servizio della famiglia mafiosa di Messina Denaro, assolto in primo grado. Tra i nuovi elementi che la Procura sta vagliando spunta anche un progetto del quale Lillo Giambalvo secondo i magistrati era a conoscenza: e cioè il tentativo di Giovanni Domenico Scimonelli (titolare di un supermercato Despar a Partanna, arrestato nel 2015 e condannato in primo grado a 17 anni) di guidare una cordata di imprenditori (ai cui nomi, però, ancora non si è riusciti a risalre) per riprendersi in mano il gruppo 6GdO, l’azienda leader nella grande distribuzione in Sicilia Occidentale, sequestrata e confiscata al socio di Messina Denaro, Giuseppe Grigoli (sul quale girano voci di una sua volontà di collaborare con la giustizia…). Il Gruppo  6Gdo, che era la più grande Srl della Sicilia, ha vissuto con il sequestro e con la confisca, fasi critiche, che hanno portato alla chiusura dell’azienda e allo smembramento dei supermercati che gestiva, supermercati che a loro volta sono passati sotto diverse insegne. A sostegno della loro tesi i magistrati hanno alcune intercettazioni dove Giambalvo parla proprio di questo progetto. Secondo il Procuratore generale di Palermo, Anna Maria Palma, il progetto di Scimonelli era ben avviato, e forse si legano a questa iniziativa alcune escursioni in Svizzera dello stesso imprenditore, per aprire conti correnti e carte di credito. Contattato sulal vicenda, Giambalvo ha preferito non commentare. In un altro punto dell’appello, invece, si fa riferimento ai rapporti politici tra Giambalvo e il deputato trapanese del Partito Democratico Paolo Ruggirello. 

Scimonelli 49 anni, nato in Svizzera, a Locarno, ma residente a Partanna, è considerato “uomo d’onore” della città del Belìce e principale anello di comunicazione della primula rossa di Castelvetrano. Per gli inquirenti, infatti, è una delle persone più vicine a Matteo Messina Denaro in questi ultimi anni e suo braccio finanziario, motivo per cui si ritiene sia una delle pedine fondamentali per poter dare una svolta alle indagini per la cattura del boss.

Intanto, domani inizia a Marsala il processo al più noto tra i personaggi coinvolti nell’operazione “Ermes”, che il 3 agosto 2015 consentì di smantellare l’ultima rete di “postini” secondo l’accusa al servizio del superlatitante Matteo Messina Denaro. E a capo di questa rete ci sarebbe stato il 78enne boss mafioso mazarese Vito Gondola, il cui procedimento giudiziario era stato finora in stand by per gravi problemi di salute. Per i medici legali, però, l’anziano capomafia, attualmente agli arresti domiciliari, può presenziare in dibattimento.

Vito Gondola, soprannominato “Coffa”, sarà difeso dall’avvocato Walter Marino. Dalle indagini, svolte da polizia e carabinieri con il coordinamento della Dda, è emerso che lo smistamento dei “pizzini” avveniva in due masserie nelle campagne di Mazara e Campobello di Mazara, una di proprietà di Gondola, l’altra del salemitano Michele Terranova. Matteo Messina Denaro, sempre più solo, si sarebbe rivolto a Gondola dopo l’arresto della sorella Patrizia e del nipote Francesco Guttadauro. Rigide le regole imposte sulla comunicazione: i messaggi dovevano essere letti e distrutti e le risposte dovevano giungere entro termini prefissati, al massimo 15 giorni. Le intercettazioni hanno svelato che era Gondola ad occuparsi della distribuzione dei biglietti arrivati dal latitante. Destinatari: una rete di dieci persone. E in attesa della consegna, il vecchio mafioso nascondeva i pizzini sotto un masso. L’indagine è stata la naturale prosecuzione di “Golem I e II” e “Eden I e II”, che avevano già colpito la rete di fiancheggiatori e parenti del latitante. La masseria-ovile centro di smistamento dei pizzini è stata tenuta sotto controllo giorno e notte con sofisticatissime telecamere piazzate sugli alberi e con registratori sotto terra. Lo scorso 2 maggio, pene esemplari sono state inflitte dal gup di Palermo Walter Turturici a sei dei personaggi coinvolti nell’operazione “Ermes”. A 17 anni sono stati condannati il partannese Giovanni Domenico Scimonelli, il presunto capomafia di Salemi Michele Gucciardi e Pietro Giambalvo, uomo “d’onore” della “famiglia” di Santa Ninfa. A 13 e 12 anni, invece, Vincenzo Giambalvo e Michele Terranova. Per favoreggiamento, infine, 4 anni di carcere sono stati inflitti al mazarese Giovanni Loretta.

Mafia e affari: Scimonelli voleva riprendersi i supermercati confiscati al socio di Messina Denaro? 2016-09-13T10:47:37+00:00