La Procura delle piccole cose

C’è una Procura nella provincia siciliana dove lavora Josef K. In una baia bellissima, baciata ma non bagnata dal mare. Come Napoli.
Non Josef del Processo ma di un processo qualsiasi. Un processo per ricettazione, per furto o per abuso edilizio, un processo per niente piuttosto che per qualcosa.
Di questo Josef, come dell’altro, non viene mai detto il cognome, quello non serve. Anche lui è procuratore ma non di banca però. Per contrappasso non è imputato ma un sostituto.
Una Procuretta, per alcuni una Procura da Operetta. Non di frontiera però. Non ci sono più Uffici giudiziari di frontiera nel 2013, in una stagione 2.0 nella quale tablet e palmari sfidano il mito dell’ubiquità e nella quale le frontiere sono mobili.
Lasciamo la retorica agli uomini senza immaginazione, suvvia.
Gli Uffici sono tutti uguali e di pari dignità, perchè parimenti degne sono le aspettative dei cittadini/utenti di qualsiasi latitudine essi siano.
Uffici nei quali magistrati vicini e lontani, si affannano utilmente, tutti sordi al liceo alla raccomandazione di papà: “studia Mario, studia, sennò da grande farai il PM”. E ciononostante indagano e requisiscono, concludono processi e fanno misure cautelari e forse anche pensano.
E così quell’Ufficio Giudiziario delle Piccole Cose cerca, e magari riesce, a dare risposta a quella sempre inevasa e chimerica domanda, orgoglio della Nazione(???) e che tante condanne ci assicura in Europa, l’unica cui è realmente interessata la casalinga di Voghera ormai in asilo politico sulle Madonie: i letargici Tempi della nostra Giustizia.
Eh sì, perché alla signora della porta accanto interessa che la querela fatta per le minacce, il furto, le molestie venga vagliata ed esitata rapidamente, che qualcuno si occupi delle sue istanze. Perché quella querela, per lei, in quel momento è la Giustizia, non certo il processo Ruby o Trudy o Gambadilegno.
Ma tutto questo molto spesso non conta, perché, per dirla con Max Weber, se non appari, non esisti. Tanto meno se lo fai senza seguire i manuali di marketing e puntando sul buon senso o sulla ragionevolezza del tuo lavoro. La ragione è sempre meno decisiva, contano le immagini, la pancia, gli slogan. Contano i novelli tronisti televisivi in cerca di riflettori o magari di candidature.
Conta la visibilità mediatica, chi grida più forte, chi è fotogenico e non anche gli orari di lavoro da Bartleby lo scrivano dei tanti Josef K., il loro pensare che non è la funzione che qualifica la persona ma è l’uomo che fa il magistrato, che importante è come si fa il giudice e non dove lo si fa, che altro è essere serio altro è essere seriosi, che quello che conta non è il colore del fascicolo ma il fascicolo, non il nome dell’indagato ma il reato.
Non conta pensare che si lavora meglio se si campa d’altro,
se il lavoro occupa il tempo giusto e non quello superfluo, se ci si innamora della propria donna e non di un’indagine,
se si pensa che la condanna non è una vittoria e l’assoluzione non è una sconfitta, che bisogna smetterla di essere autoreferenziali e corporativi, che il pm non è l’Avvocato dell’Accusa ma è una parte imparziale perché non si è mai visto chiedere da un avvocato la condanna del proprio assistito a fronte delle quotidiane archiviazioni e richieste di assoluzioni che fanno i pm.
Non conta la ventata di freschezza, di gioventù e di entusiasmo che portano quelli come lui negli Uffici di mezza Italia, le loro nottate trascorse in caserma a fare istruttoria per l’omicidio appena commesso, le loro timide ma rispettose requisitorie, il loro avere le porte dell’Ufficio sempre aperte, il pensare che un capo dell’Ufficio è tale se ha una legittimazione che viene dal basso, dai suoi collaboratori e che si conquista ed alimenta giorno per giorno e non perché calata dall’alto, che il magistrato non fa carriera perchè i giudici si distinguono solo per diversità di funzioni e non per gradi.
Non conta andare nelle scuole di paese a parlare in sordina a ragazzi di impegno e di regole e della convenienza del loro rispetto, senza retorica, in un modo leggero, lieve, senza prolusioni e anatemi ma solo con la forza della testimonianza, senza pompa magna, in cattedra e baldacchini, senza gemelli e cravattoni ma in pantaloncini e canotta in un campo di calcio o di basket.
Non conta provare a unire Caltanissetta e Villa Literno, Corleone e Gomorra, perché qui in Sicilia, ancora forse si può. Ancora c’è margine per un’alba non ancora sorta, nonostante i Vespri Siciliani non abbiano portato eserciti di maestri ma solo di militari. Ancora si può evitare che si arrivi a vedere quella foto, pubblicata qualche estate fa dal Corsera, della signora in costume a Napoli a Mappatella Beach che si fa spalmare dall’amica di spiaggia, impunemente e senza alcuna remora, la crema solare sulla schiena, mentre di fianco a lei, coperto solo da un ombrellone, giace nell’indifferenza il cadavere di un qualcuno appena annegato.
Quella foto da girone dantesco, infernale e derelitta, animalesca e primordiale, indifferente e morente, magari accompagnata dalla colonna sonora angosciante di un cantante neomelodico, ci fa assaporare plasticamente la spettralità di tutte quelle cose messe insieme, del mare, del sole, dei semplici oggetti che popolano la spiaggia. Perché quella è la madre di tutti i degradi, quella che genera le vicende che tutti i giorni impegnano le Procure e che, prima ancora, segna la società tutta: la totale assenza di rispetto per l’Altro, chiunque esso sia o qualunque cosa faccia. Se non si ha rispetto per la morte non lo si può avere per la vita.
Quel rispetto che si ottiene se si dà e in mancanza del quale non c’è legislazione ordinaria o di emergenza né risposta giudiziaria che tenga.
Non contano i Josef K. delle piccole-medie sedi di Tribunali che quotidianamente, senza riconoscimenti di stampa e risalto mediatico, “smazzano” tonnellate di carta, anche seria, rilevante e grave, con le difficoltà di doverla a volte intravedere in mezzo al marasma di tutte le incombenze.
Quello stesso Josef K. che pure è stato PM a Praga e ben conosce, da un lato, la realtà delle differenze di carichi di lavoro tra certe sedi ed altre, dall’altro della rilevanza delle indagini che la procura di Praga, come altre, ha mosso. Ma che non soffre però di Pragacentrismo né ritiene che la capitale dell’Impero sia l’Eldorado…. dieci, cento, mille Aosta! Che peraltro è vicino Torino, il più efficiente ufficio giudiziario d’Italia.
Da anni Josef K. vede o ascolta figlie stuprate da padri, giovani ammazzati per nulla piuttosto che per altro, lupare bianche, faide, bambine abusate dal branco, estortori, aguzzini ma anche truffatori, rapinatori o ladri, di appartamenti o di carciofi.
Incontra straccioni, mendicanti, suonatori, volti e sguardi allucinati e dolcissimi che colgono e uccidono per sempre il brulichio della vita. Sguardi che penetrano nel cuore delle vicende dei fascicoli giudiziari: ne rendono la musica e il tempo interiore e che restano incollati addosso a chiunque se ne curi, occupando il suo immaginario. Certo i fantasmi fuoriusciti da quegli atti ci ricordano che tutto è fugace e che la vita può essere terribile ma ci ricordano anche le immense risorse di cui, comunque, questa terra e questi uomini godono.
E dietro ognuno di loro, vittime o carnefici che fossero, Josef cerca, oltrechè reati, anche storie, cronache che si fanno romanzo e si confondono tra loro, senza comprendere dove inizia l’una e finisce l’altro, confini mobili tra realtà e finzione, dove il crinale tra il reale e l’illusorio diventa sempre più sottile.
E quando scrive cerca di astrarsi dal linguaggio curiale dell’operatore del diritto, a volte necessariamente freddo, stentoreo, caustico, cercando umanità e calore attraverso la scelta delle parole e delle immagini. Tratte da un romanzo, da un dipinto, da un film.
Senza per nulla inficiare l’applicazione del diritto ma anzi dando ad esso più forza e intensità e senza dimenticare che il riferimento a passi o immagini non è vanitoso orpello o referenziale esercizio di stile (il diritto penale e la procedura sono innanzitutto Fatto, cio’ che conta è la sentenza) ma è piuttosto funzionale ad approcciare in chiave ironica e poetica la miseria umana che si trova ad affrontare chi fa un mestiere come quello di Josef.
Viene in mente Anna Maria Ortese del Mare non bagna Napoli prima citato: per fortuna, niente può offenderci. Questo è il solo vantaggio di Napoli, rectius di questa umanità dolente.
Ecco che allora veniva fuori La Casa in Collina per un gruppo specializzato in furti in ville, L’esclusa di Pirandello per due ragazzine vittime di stalking a Corleone, Il curato di Campagna per un’estorsione subita da un parroco per opera di prostitute, La Roba per un’omicidio con un’antifurto mortale per difendere cinque pecore, la Ragazza con gli orecchini di perla per una violenza sessuale continuata di un padre nei confronti della figlia, l’Ignoto Marinaio di Antonello da Messina per dei truffatori professionisti, Il segreto dei suoi occhi, il film argentino da Oscar, per un omicidio di mafia scoperto dopo 24 anni, Il barile di Amontillado di Allan Poe per una faida con morti ammazzati nelle campagne siciliane.
Tutto ciò non certo per frequentare l’uso letterario della giustizia ma piuttosto e semplicemente per utilizzare uno stile che sia letterario, cercando di coniugare due mondi tra loro ontologicamente opposti, l’accertamento processuale dei fatti/reato da un lato e il racconto dall’altro.
Cosa c’è di più reale di un processo e cosa c’è di più immaginario di un racconto? Per stabilire la verità processuale non basta, a volte, neanche avere accertato quella fenomenica. La condanna (e tutto quello che le è prodomico) è quanto di più oggettivo e reale possa esserci, un racconto è quanto di più fantastico possa esistere.
Ed allora per sposare questi due mondi, non restava altro che cercare di dare calore e colore alla norma, passione e luce al fatto, calare la fattispecie concreta nella previsione generale ed astratta; intravedere, nella figura del pastore omicida arrestato per difendere le pecore, il Mazzaro’ generale ed astratto di Verga, nelle giovani ragazze vittime di stalking la Marta Ajala di Pirandello.
E così, in quelle Aule frequentate da Josef K., forse non si trattano reati di scarso rilievo! “Poca roba!” da alcuni si dirà. Perché nell’Isola, caro Johnny Stecchino, se sei fuori dal giro della Siccità, dell’Etna e del Trrrrraffico, tutto il resto è poco più che noia. Anche se le cose che si fanno non sono affatto piccole, bensì grandi.
Ma se c’è un Dio delle Piccole Cose, allora ci sarà anche un Tribunale delle Piccole Cose, delle cose normali che però nessuno nota perché fatte a fari spenti.
Sembra proprio di leggere Arundhati Roy: la storia sbagliò il passo, fu sorpresa con la guardia abbassata. Fu abbandonata come una vecchia pelle di serpente. Al suo posto rimase un’aurea, un luccichio palpabile che era facile da vedere come l’acqua in un fiume o il sole lassù nel cielo. Facile da avvertire come il calore di una giornata torrida, come lo strattone dato da un pesce a lenza tesa.
Così ovvio che nessuno lo notò.

La Procura delle piccole cose 2013-05-04T10:33:02+00:00