L’eterno gattopardismo della riscossione tributi: cambia solo il volto dei gabellieri

PALERMO – In Sicilia basta solo nominare le esattorie che subito, per un riflesso condizionato, vengono alla mente i famosi cugini Salvo di Salemi. Già. Perché i potenti Dioscuri della riscossione dei tributi in terra di Trinacria, fino ai primi anni Ottanta, erano assurti agli onori delle cronache nazionali per essere anche i “gabellieri” con il più alto aggio praticato in Italia, tanto da essere definiti i “baroni del 10%”. L’argomento, in virtù forse dei corsi e ricorsi storici vichiani, sembra essere ritornato di cocente attualità. Nazionalmente con Equitalia e in Sicilia con “Riscossione Sicilia”.

E così, se liberarsi di “Equitalia è stato lo sport preferito di molte amministrazioni e la scelta operata da parecchi Comuni, in Sicilia la stessa cosa si sta prepotentemente imponendo all’attenzione dell’opinione pubblica, soprattutto dopo i numerosi recenti episodi luttuosi di autolesionismo, che ha procurato anche la morte violenta di tanti cittadini in difficoltà economiche. I cittadini, che da sempre attendono un ente di riscossione più magnanimo e comprensivo, con il passaggio a società private di gestione tributi, hanno dovuto sbattere il muso contro un’ennesima delusione. Succede così che in taluni casi viene chiesto, come aggio sulle somme incassate, una percentuale che può superare il 20%, per non parlare dei tempi di riscossione che sono diventati più stringenti rispetto al passato. Insomma, ci sarebbe da rimpiangere la tanto vituperata Equitalia, meno efficiente ma sicuramente più a buon mercato e con termini di pagamento dilazionati. Ma anche l’aggio esattoriale del 9% , che veniva riconosciuto a Equitalia, costituiva un “palese irragionevole e ingiustificato arricchimento”.

Come qualcuno ricorderà, la sua quantificazione in misura percentuale fu dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 480 del 30/12/1993, che prendeva in esame proprio l’esattoria siciliana gestita dai cugini Salvo. Essa stabiliva che bisogna “garantire l’effettivo ancoraggio della remunerazione al costo”, ritenendo la norma un irragionevole arricchimento, in quanto l’esattore sia che notificava una cartella da 100 euro, sia che notificava una cartella da un milione di euro, il costo del servizio rimaneva sempre lo stesso. Si voleva impedire così contemporaneamente, che, in caso di iscrizione di tributi “di importo eccessivamente limitato la misura percentuale del compenso scendesse al di sotto del livello minimo di remunerazione del servizio e, di contro, in caso di iscrizione di tributi di ammontare elevato il compenso stesso salisse notevolmente al di sopra della predetta soglia di copertura del costo della procedura.” Linguaggio tecnico solo apparentemente astruso. Si voleva evitare ciò che invece sta accadendo nella realtà. Dalla tanto vituperata “padella Equitalia “ i contribuenti rischiano di cadere nella “brace dei gabellieri privati”.

A pagare, ovviamente, sono sempre i contribuenti che hanno pendenze con Comuni e affini. Il grido d’allarme lo ha lanciato la settimana scorsa anche Mario Sensini sulle pagine del Corriere della Sera. E’ un quadro a fosche tinte quello che ne esce. Dal Nord fino alla Sicilia gli eredi di Equitalia e della Serit sembrano mettercela tutta per fare rimpiangere i predecessori. L’analisi di Sensini parte da Trentino Riscossioni, società a capitale interamente pubblico che opera in tutto e per tutto come una società privata: “Venti euro per ogni appuntamento con il contribuente, novanta centesimi per ogni comunicazione inviata ai cittadini (più 20 centesimi a foglio aggiuntivo), un aggio del 23% sulle somme incassate a seguito di accertamento e del 9% sulle riscossioni, che però scatta dopo appena un mese dall’ingiunzione (e non due come nel caso di Equitalia).

E poi, ancora, l’1% sull’Imu pagata con bollettino postale, 1 euro per ogni versamento Imu con l’F24, il 9% per la riscossione spontanea delle multe stradali, che può arrivare al 21% se il debitore è straniero, il 23% più 20 euro a pratica per ogni ravvedimento operoso.” Ma scendendo più giù, lungo lo Stivale, fino a sbarcare in terra di Sicilia, le cose non migliorano affatto. Giuseppe Carlo Marino nel suo libro del 1997 “Storia della Mafia” nel capitolo dedicato a “La lunga stagione della Mafia democristiana”, scrisse che “Nell’intreccio di violenza, corruzione e malaffare i vari poteri mafiosi, dai diversi centri istituzionali, si alimentavano con reciprochi scambi di favori. Dalla Regione Sicilia le esattorie dei Salvo-Cambria, sulle operazioni di riscossione delle imposte, riuscivano ad ottenere l’Incredibile aggio del 10% ed erano poi, ovviamente, assai generose con gli “amici”.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quella lontana estate del 1982. L’anno in cui, come un fulmine a ciel sereno, venne proprio dai Salvo la richiesta di disfarsi della Satris. “E’ troppo gravoso, dissero, gestire la società, siamo in perdita.” Una dichiarazione che aveva del provocatorio. Per almeno venti anni infatti, attraverso di essa, accumularono un’ enorme fortuna. Governi e un intero squadrone trasversale di deputati regionali al loro servizio, si favoleggiava ma non tanto. Persino del famigerato milazzismo , si scrisse e si disse furono i padrini e gli artefici. In effetti le fortune di Ignazio e Nino Salvo cominciarono alla metà degli anni sessanta. Quando era stato loro concesso la gestione delle 75 esattorie siciliane , tra cui quella di Palermo, con un aggio che non aveva uguali in Italia e che fece presto scalpore. Le inchieste giornalistiche fioccarono. E così dal 10 per cento iniziale, l’aggio fu ridotto al 7. Ma la media nazionale era del 2,5. Ciononostante riuscirono ad accumulare una enorme fortuna.

Per capire di cosa stiamo parlando, è sufficiente fare una semplice operazione. Ai tempi della vecchia lira i tributi sborsati dai siciliani ammontavano a circa 1.500 miliardi l’anno. Calcolando il 7 per cento di aggio, erano circa 100 i miliardi di lire che finivano nella cassaforte della Satris. Una montagna di soldi che ha consentito ai due cugini, da un lato di crearsi un impero economico, dall’ altro di condizionare scelte politiche e governi regionali ma che non impedì di “disfarsene” quando meno era prevedibile. Non prima di avere dato vita ad una nuova creatura, che controllavano sia pure indirettamente. Alla neonata diedero il nome di Soged. Una società con i capitali del Banco di Sicilia e della Cassa di Risparmio, ma diretta proprio da un ex funzionario della vecchia società dei Salvo, Giuseppe Cambria.

Nel passaggio di consegne fu stabilito di utilizzare i locali, le attrezzature, le schede, perfino il cervello elettronico della Satris. Venne firmato pure un contratto d’ affitto. Usciti dalla porta, i Salvo entravano dalla finestra. Sull’entità del canone si scatenò un balletto di cifre. Qualcuno azzardò la cifra di 8 miliardi all’ anno. Ma ormai la strada verso pubblicizzazione era spianata. Appena un paio d’anni e i tempi furono maturi per una delle operazioni più gattopardesche avvenute nel recente passato in Sicilia. Il dado fu tratto. L’ Assemblea regionale siciliana vota una legge storica e “rivoluzionaria”: dal primo gennaio 1985 infatti tutte le esattorie siciliane diventano pubbliche. Di lì a poco, nel 1991, sarà il Monte dei Paschi in Sicilia, dopo avere acquisito il controllo di due banche, la Banca Popolare di Canicattì e la banca di Messina, ad assumere la gestione della riscossione dei tributi. L’operazione finì sui giornali per delle parcelle sospette, troppo alte, pagate per consulenze. Perché Monte dei Paschi si stava prendendo questa gatta a pelare? Si fecero molte illazioni sul suo sbarco in Sicilia. Poi fu fatto il nome del Divino Giulio. E poteva essere diversamente, visto i protagonisti? “Fu Giulio Andreotti a volere che il Monte dei Paschi assumesse la gestione della riscossione, acquisendo le esattorie dei Salvo”, ha ricordato poi Luca Fiorito, professore associato dell’Università di Palermo, economista senese ed ex consigliere d’amministrazione del Monte dei Paschi e Presidente di “Paschi gestione immobiliare” dal 2003 al 2006. “La Sicilia era una piazza importante, Andreotti contava, la banca era pubblica e la Fondazione non aveva molta influenza sulle decisioni”. E noi aggiungiamo: i Salvo non erano i suoi referenti? Nasce così la Serit, la società per la riscossione dei tributi controllata dalla Regione siciliana e partecipata al 10% da Equitalia. Arrivando, dopo un decennio, al collasso, avendo chiuso il 2011 con un passivo di 21 milioni e una perdita di circa 1,5 milioni di euro al mese. Malgrado incassi con aggi al 9% oltre a tutti gli altri oneri di riscossione.

Il rischio è ora che i siciliani saranno costretti a ripianare le perdite. I contribuenti siciliani oltre al danno di una riscossione vessatoria subirebbero la beffa di dovere ripianare le perdite di bilancio. La denuncia è della “Federcontribuenti Sicilia” di qualche anno fa. Accusava il governo Lombardo di avere fatto della società un luogo per assunzioni clientelari e non avere preteso una gestione della società secondo modelli di efficienza. Se Crocetta ha il merito di avere raccolto in un dossier alcune anomalie sulla gestione della Serit, la società di riscossione delle imposte fino a qualche anno fa cogestita dalla Montepaschi. E ha inviato le carte alla Procura antimafia di Palermo e alla Procura generale della Corte dei Conti. Ha denunciato modifiche “unilaterali dei tassi di interesse, appena una settimana fa, su uno scoperto di 160 milioni di euro con un aumento di due punti”. In una conferenza stampa, ha pure parlato di “una consulenza da 15 milioni per dieci anni fatta ad agosto 2012 in piena campagna elettorale a uno studio di consulenza legale”, e di “ incarichi per 10 milioni all’anno affidati a tre professionisti”. Ravvisando inoltre “anomalie” nell’operazione di fuoriuscita del Monte Paschi dalla Serit, che aveva perdite da 20 milioni di euro all’anno. Sul piano pratico e dal punto di vista del contribuente non sembrano essere cambiate in positivo. la “Riscossione Sicilia”, pur non essendo in mani private (la Regione è socio di maggioranza al 90%) sta dimostrando tutta la sua inefficienza e insensibilità. Tutte le associazioni di categorie e dei consumatori lo denunciano. Dicono che la ex SERIT si sta rivelando un carrozzone costoso e capace di riscuotere solo il 10% dei ruoli emessi, mentre il restante 90% è destinato a diventare inesigibile. Accade così che, mentre le aziende in regola e le famiglie oneste vengono massacrate da uno Stato attento alle varie scadenze (Inps, Iva, Ires, Irap, Imu), la vera evasione e il lavoro nero riescono a sfuggire ad ogni controllo.

Le imprese sane e le famiglie, hanno scritto, non possono venir vessate con procedure illogiche e sanzioni esagerate. Ipoteche e fermi amministrativi sono la prassi quotidiana a fronte di un recupero crediti ridicolo. Il coro è unanime. Chiedono una modifica dell’attuale sistema di riscossione. Che sia cioè improntata da un aspetto umano che permetta ai cittadini di onorare i propri debiti senza il cappio al collo, che in alcuni casi non è solo figurato. Come pure è inammissibile il cieco ricorso alla scellerata pratica del pignoramento della prima casa. Sono in molti ormai ad auspicare un ritorno alla gestione diretta delle riscossione dei tributi locali, togliendo gli affidamenti a società private (Riscossione Sicilia, INPA e così via) che per loro natura mettono il profitto e non la socialità al centro dei loro obiettivi. In molti Comuni d’Italia sta avvenendo. Come si vede, in materia di riscossioni dei tributi, non si può affatto dire che siano stati fatti passi avanti da quel 1° gennaio del 1873, anno in cui entrò in vigore il sistema di riscossione delle imposte e tasse a mezzo di esattorie comunali. L’esazione dei tributi era affidata a privati, i quali dovevano anticipare allo Stato gli importi da incassare, sulla base dell’obbligo del “non riscosso per il riscosso”, richiedendo poi la restituzione delle somme non incassate dai contribuenti. Infinite sono state le riforme in tutti questi anni. Spesso sono state nominalistiche. E’ cambiato il volto dei gabellieri, ma non la sostanza. Con l’ultima, in ordine di tempo, la struttura societaria è stata chiamata Riscossione Sicilia Spa. Il fatto che sia composta al 90% delle azioni di proprietà della Regione Siciliana ed il rimanente 10% di proprietà di Equitalia Spa rappresenta una garanzia perché abbia finalmente un volto “umano”? Non ci sembra, dal momento che la misura dell’aggio (compenso per l’attività di riscossione spettante esclusivamente all’Esattore) è pari al 4,65% prima dello scadere della cartella esattoriale per, poi, aumentare sino al 9,0% dopo lo scadere del termine di pagamento.

Franco Lo Re

L’eterno gattopardismo della riscossione tributi: cambia solo il volto dei gabellieri 2013-06-09T17:31:11+00:00