Gai: «Serve una bad bank per salvare i Confidi»

I Consorzi fidi italiani (e quelli siciliani non sono da meno come ha spiegato l’esperto Raffaele Mazzeo qui ) rischiano il crack e dunque servono misure urgenti per evitare che ciò avvenga. Cinque le strade obbligate per evitare la catastrofe su cui bisogna incamminarsi preso. Con una considerazione su cui è necessario avviare una riflessione seria: «Il modello di business dei Confidi non è sostenibile nel medio (forse breve) periodo. Né potrà bastare l’avvio di una nuova stagione di processi di aggregazione che pure efficienterebbero i Confidi dal lato patrimoniale, dei costi e di una migliore gestione dei rischi. Escludendo di tornare al sostegno pubblico diretto, peraltro in taluni casi regionali anche distorsivo del mercato delle garanzie, devono individuarsi soluzioni alternative che, pur non prescindendo a priori da forme di aiuto pubblico anche una tantum, implichino un percorso “virtuoso” di crescita del sistema».

Lo sostiene Lorenzo Gai, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari presso l’Università di Firenze, in un articolo pubblicato nei giorni scorsi dal quotidiano Il Sole 24Ore. Nel pezzo il professore individua cinque macroproblemi a partire dal rischio di credito: elevato incremento dei flussi di default – scrive Gai – comporta un insostenibile costo delle garanzie in termini economici, tanto più alla luce della comunicazione Bankitalia di maggio 2013 relativa alle più stringenti modalità di classificazione delle esposizioni deteriorate». C’è poi un propblema di redditività: in questo caso, sostiene il professore, «la contrazione dei volumi del credito (garantito) da parte delle banche, unitamente alla crescente rischiosità delle garanzie in essere cui non sempre corrisponde un’adeguata politica di prezzo, ha minato l’equilibrio economico, peraltro gravato da elevati costi operativi e non sostenuto da fonti di reddito differenti dall’attività core». Al terzo punto troviamo il capitale: «A fronte della cronica difficoltà dell’azionariato tipico di sostenere eventuali ricapitalizzazioni i vedono assottigliarsi il proprio coefficiente patrimoniale a causa del debole autofinanziamento e dell’inaridirsi della contribuzione pubblica dal lato patrimonio, e dell’aumento delle attività ponderate per il rischio di credito dall’altro». Sul fronte liquidità, «l’operatività a prima richiesta – dice Gai – richiede, in presenza di default, uscite finanziarie di cassa immediate difficili da sostenere in assenza di congrui flussi commissionali in entrata. E infine i rischi strategici: i volumi di credito (garantito) erogati dalle banche sono destinati tendenzialmente a diminuire per la riduzione del rapporto rendimento/rischio, per il mancato riconoscimento dei Confidi ai fini della ponderazione a causa del downgrade dell’Italia, e per la ricerca da parte delle imprese a fonti di finanziamento alternative al canale bancario (ad es. mini-bond); l’attuale normativa consente alle banche di accedere direttamente al Fondo centrale di garanzia, di fatto “disintermediando” l’attività dei Confidi la presenza di una pressione competitiva non sempre basata su un level playing field, in virtù del sostegno pubblico erogato con modalità differenti dalle Regioni; la progressiva erosione dei fondi rischi nell’operatività segregata, dovuta alla riduzione dei flussi di garanzie e al pagamento delle sofferenze, può spingere le banche a ridurre l’operatività o a recedere dalle relative convenzioni.
Le soluzioni? «La previsione normativa di un corridoio di filiera creditizia “obbligato”, che preveda il passaggio dal Confidi per accedere alla controgaranzia del Fondo centrale, tale da assicurare loro un flusso commissionale di base in grado di coprire i costi di struttura e da consentire di poter assistere in condizione di equilibrio le imprese sprovviste dei parametri del Fondo – spiega Gai – . La creazione di una bad bank a partecipazione pubblica che liberi i Confidi dalle sofferenze e da parte del portafoglio deteriorato mediante l’utilizzo dei fondi europei Por nell’ambito di operazioni di ingegneria finanziaria a favore delle imprese.
La fissazione di un cap all’assorbimento patrimoniale legato a un singolo prestito, onde evitare che la contemporanea presenza di più soggetti (banca, Confidi finanziarie regionali) faccia crescere l’assorbimento di capitale cumulato (o di “sistema”). Il riconoscimento del privilegio nella legge fallimentare ai crediti garantiti da Confidi. La diversificazione delle fonti di reddito che creino minor dipendenza dal rilascio delle garanzie: dalla consulenza alle imprese, all’ottimizzazione del rendimento del portafoglio titoli di proprietà».

Gai: «Serve una bad bank per salvare i Confidi» 2013-11-20T11:38:12+00:00